Studio e ingrasso un po', come ad ogni sessione d'esame estiva che si rispetti. Mi abituo alle imposizioni di ritmo -sveglia abbastanza presto, a letto prima dell'una- e a convivere con un umore melmoso, foriero di pessimi pensieri e innumerevoli paranoie. Mi sento abbastanza da schifo, grazie.
Questa capacità di abbattermi è un tratto caratteristico di me. Mi ritengo troppo stupida, troppo insignificante, troppo scarsa esteticamente. Manco di gratificazioni mentali -come un banalissimo buon voto ad un esame, che non aggiunge niente, ma fa ancora miracoli per l'autostima- e se mi specchio vedo un broncio intristito, trattenuto, che non mi piace per niente. Perdo il gusto di curare attentamente i minimi dettagli prima di uscire e mi accoccolo sulla poca fantasia e l'ordinarietà del mio armadio estivo, che manca di consistenti rinnovi. Ma come si fa a comprare entusiasticamente la moda che ci propinano i negozi più economici? Ogni volta che entro da H&M ho un collasso visivo, da Zara non ne parliamo, da Mango-pel-cazzo. Non mi piace nulla, neanche gli accessori, le scarpe, cose così. Eppure avrei così bisogno di spendere soldini che non vadano in bollette, spese per casa e necessità universitarie. O serate fuori che, indipendentemente dalle volontà, si rivelano delle sòle.
Mi son sentita in colpa per aver comprato un libro, l'altro giorno. Porcozio.
Sentirmi bene non è la mia specialità, ora. Faccio sempre cordone ottimista per le mie amiche, tirandole su di morale con battute, ragionamenti logici cristallini e piccoli accorgimenti che su me stessa hanno smesso di funzionare. Il mio famoso sorriso puro non è più così frequente, è un sorriso amaro. Ciò che mi fa incazzare è che io non posso fare niente, a parte studiare e capire ciò che studio, per stare meglio: dipende tutto dagli altri e non lo sopporto, sembro una quattordicenne con le mestruazioni in ritardo.
Mi servono considerazione, stima, orgoglio di essermi vicini, manifestazioni inaspettate d'affetto, orecchie che mi ascoltano se racconto qualcosa di me, abbracci prolungati. Sono stanca di sentirmi sempre in seconda fila e con le doppie frecce attaccate come se dovessi scappare da un momento all'altro. Sono esasperata da sto cazzo di filo su cui traballo.
Mi lamento e nemmeno questo serve a niente.
Riabbasso gli occhi sui saggi e smetto di pensare.
"Benvenuti nel Centro Servizio Paranoie Gratuite. I nostri operatori sono altamente qualificati e specializzati per aiutarla nella gestione delle sue paturnie.
Per quelle di tipo Sentimentale, prema uno: sono sempre fonte primaria di massima importanza.
Per quelle di tipo Universitario-Lavorativo, prema due: attenda poi le istruzioni della voce guidata nelle sottocategorie "universitari seri e interessati", "universitari fuoricorso quindi disinteressati", "lavoratori neoassunti e troppo entusiasti", "lavoratori che c'hanno du' palle così de lavorà".
Per quelle minime quotidiane, che tengono allenato lo stress e e danno numerosi profitti agli astrologi, digiti la sua data di nascita e scelga da quale oroscopo farsi rovinare la giornata.
Per non usufruire del servizio, prema Esc. Tanto non ne esce".
Mio padre s'è aperto un account su Facebook.
-Finalmente potranno riascoltarsi dei bei pezzi anche sulle radio più schifose: saranno tutti i vecchi singoli di Michael Jackson. Rincareranno i suoi dischi: il morto vende, nun c'è gnente da fa'.
-Su Italia Uno ritorneranno le Charlie's Angels, nelle profumerie le lacche e le spume al plutonio decaduto per cotonarci i capelli.
-Una retrospettiva su David Carradine a Fuori Orario su RaiTre, con Ghezzi che pontifica sui samurai. Il morto fa sempre audience.
"È un periodo di attesa, in cui invece di fare progetti, li penso, li penso e basta, e aspetto. Non riesco ad attivarmi neanche per fare i biglietti di un paio di concerti di luglio a cui voglio andare. Rimando, rimando. Mi trascino per il caldo, ho sempre sonno, sono indolente e sospesa. Sono in cassa integrazione dalla vita."
Questo è un sabato che pare domenica.
Già solo questo me lo fa stare sul cazzo.
Se poi ci mettiamo che ha piovuto tutto stamani, che è il venti di giugno e io indosso un maglione di cachemire (e non è che sia così freddolosa), che il tempo fa come gli pare alternando nuvole, cielo azzurro, soffia un vento freddissimo e il meteropatismo non ha la minima tregua, ci sta che io abbia una percezione distorta della realtà dei fatti. Insomma, mi è quantomeno concesso, direi.
Ci sono lati positivi?
Sto studiando, quindi direi non proprio. Certo, se non altro mezzo esame di inglese è andato, il maglione è morbidamente accogliente, mi coccolo con cibo buono e il té verde lasciato intiepidire, che disgorga dalle tossine, però la mia inquietudine stronza non volge al bello, resta magniloquente, superba, impicciona e non mi aiuta in niente. Se riuscisse ad acquietarsi mi renderebbe le cose un po' più facili. Non chiedo tanto, voglio solo un po' di silenzio nel cervello per godermi il passaggio delle nuvole sopra la testa.
(L'ho mai detto che le magliette rosse hanno un effetto toro addosso a me?)
Io a volte non capisco perchè ho così bisogno delle parole altrui. Soprattutto quando in silenzio è meglio.
Proprio non mi capisco, eh.
Ho una nuova droga alimentare: lo yogurt greco. Un comodo barattolone da un chilo campeggia fieramente nel frigorifero. Molteplici gli usi: come condimento sull'insalata, come base per salsine sfiziose -dallo tzatziki in giù-, come merenda assieme a un cucchiaio di zucchero e pezzi di pesca fresca, o altra frutta a piacere... Potrei divorarne quintali, letteralmente. È buono e mi sembra di farmi del bene fisico.
Nuovi coinquilini entrano ed escono dal maniero. Fefa ci ha lasciate per andarsene in Sicilia a lavorare ed è stata rimpiazzata dalla tedesca Katharina, gentile bavarese con prospettive di tirocinio all'ospedale Rizzoli. Solo che dopo tre giorni di corse e telefonate con le università deve tornarsene a Monaco, visto che una malefica prof non l'ha accettata come tirocinante. Sta stronza. Ci siamo fatte le foto sul balcone del maniero come saluto. Mi dispiacerà non averla più qui.
Il prescelto è dunque un simpatico napoletano, unico ad avere l'onere di riordinare le menti contorte di tre donne -al di là dei morosi che gravitano qui-. Credo di dovergli chiedere l'autorizzazione a parlare di lui in certi termini, ma non dico altro finchè non ci avrò parlato a sufficienza.
Presto su questi schermi, dunque, le avventure dei coinquilini, che in effetti latitavano non poco.
Ho un nuovo mantra universitario: tu studia, poi gli esami verranno. Non so perchè, ma non sta proprio funzionando. La verità è che mi annoio terribilmente a studiare ancora e sempre le stesse cose, anche se stili letterari differenti; il problema della forma & sostanza. C'è solo una persona a spronarmi con una certa continuità non ripetitiva, ma mi perdo comunque.
Ho una nuova vacanza in prospettiva, ed ho già allertato chi di dovere. Sembra che dopo tanti anni io riesca a incontrare i blogger che ammiro da tempo. Pazientare -penelopare- mi ha fatto bene.
Lo dicevo, io.
(la merenda è sacrosanta)
Tu intanto abbracciami, che poi ci penso io a capire quanto vale la pena.
Non mi sono sbilanciata più di tanto sul clima elettorale, in questi giorni, optando per il microcosmo emozionale che tende a governarmi; d'altronde l'individuo è da solo un parlamento, con le opinioni che si scannano tra loro cercando un punto d'incontro.
Spero fortemente di non avere dentro un Calderoli.
Leggendo questo blog è palese la spinta ombelicale che lo muove, l'analisi a volte sconclusionata dei pensieri, i proclami, le aspettative, tutto il sostrato sentimentale che, diciamolo, francamente ha anche rotto un po' le palle. Sempre a struggersi per qualcuno, come se il contrario di uno fosse irraggiungibile.
A volte lo è, a volte no. A volte l'uno e il suo contrario si stringono e ballano insieme per un pezzo, a volte si ignorano e si sfiorano impercettibilmente; si uniscono a seconda degli umori, siano essi caratteriali o fisiologici, si toccano, si ingarbugliano, si lottano a vicenda in colpi e sbalzi che fanno deglutire gli stomaci e imbufalire i cuori.
Noto un moto di stanchezza diffusa, tra i blog, come una mancanza di contenuti: tutto sembra essere già stato detto e sviscerato un'infinità di volte. Per questo ci si ripiega ancora di più su se stessi, raccontandosi con invenzioni stilistiche che aggiungono una satinatura da design, una pennellata di vernice, un'imbiancatura rinfrescante alle stesse quattro pareti di concetti. Personalmente ritengo il blog ancora un buon mezzo di sfogo, dove confrontandomi con le opinioni e le vite altrui riesco a chiarire alcuni punti oscuri. Spesso leggo di ragazze in macrosituazioni simili alle mie e mi sento stupidamente meno sola. Ho trovato delle amiche splendide via blog, dei ragazzi che ho amato, degli amici fedeli e fidati, ma anche delusioni cocenti e odiose.
Ho ancora voglia di scrivere, sì, malgrado le autocensure e le allusioni cui sono costretta. Se sbloccassi il tappo di segretezza me ne pentirei immediatamente: dopo sei anni di post, non posso né voglio farlo. È indispensabile saper tenere per sé alcuni lati della propria vita, perchè sbatterla di fronte a tutti sarebbe come creare una soap opera, una telenovela brasiliana cui ci si appassiona per puro gusto del kitsch.
Non voglio diventare mica la succursale blogger di Un posto al sole, mi basta già l'idea terrificante di avere un Calderoli nel mio cervello.
(Scenderò sulla Rupe per votare, perchè credo ancora che sia importante esercitare questo diritto, anche se detesto pensare al male minore. Come diceva Leopardi, al male minore non corrisponde necessariamente un bene maggiore, anzi, il paradosso è che il bene maggiore non esiste; solo che anche accontentarsi, ecco, non è una cosa che mi piaccia, ma ne parliamo un'altra volta, vah)
La scoperta di un bel parco vicino casa ha migliorato notevolmente la giornata della Repubblica. Sono uscita senza cellulare né chiavi, confidando sulle coinquiline, solo l'iPod imbottito di musica buona nelle orecchie, e giù a scarpinare per quarantacinque minuti tra le foglie verdi e l'ossigeno che ripuliva il cervello dalle varie scorie pensierose che lo abitavano.
Dalla chiesa di San Michele in Bosco si vede Bologna, tra gli alberi, e io ho pensato a quando e quanto amo questa città.
I tramonti visti da Viale Aldini, quando il sole rosseggia scomparendo piano dietro porta Saragozza.
I vicolini silenziosi dietro il tribunale, dove si ovattano i rumori e viene spontaneo abbassare il tono di voce, allacciandosi alla persona che ti sta accanto per parlarle in un soffio.
Il verde rigoglioso delle strade intorno al maniero, dove capita di incrociare dolcissimi cani che uggiolano mille feste di là di un cancello.
I gelsomini che riempiono l'aria di profumo quando meno te lo aspetti.
Quando il cielo è smaltato e luccicante e la luce si fa azzurro scuro, tra le nuvole rigonfie come lenzuoli puliti al vento, e non si sente più lo smog e lo strombazzare dei motorini.
Quando una signora ti sorride, così, solo perchè avete incrociato i percorsi per quei due secondi di saluto e di intreccio.
E' Bologna che mi stringe il cuore, mi strozza lo stomaco, mi taglia il respiro e mi fa sorridere. E' una citta che amo, odio, mi fa incazzare, mi viene voglia di farci l'amore, prenderla, lasciarla, con un fondo di rispetto che dopo sette anni mi stupisce ancora.
Bologna che dorme, acquattata, placida come un vecchio gatto stanco, con piccoli guizzi di furbizia dettati dalla sua innegabile conoscenza del mondo.
In un sabato sera piccolo e raccolto, mangio le ciliegie dallo scolapasta e chiacchiero con Fefa, che lava i piatti prima di uscire con la sua ultima conquista; la Bambi è già nella notte fresca per rinfrancare il cervello abbrutito dalla tesi, mentre la Marchesa è salita nelle terre bastardsonsofdionisiche a trovare delle vecchie amiche.
Io mangio le ciliegie una dietro l'altra, con lentezza, sorridendo nella mia posizione di giullare birichino, gioiosamente casalingo.
Una ciliegia scura e succosa, una più acerba e asprigna, una che si disfa in bocca. Vado avanti con golosità e circospezione, memore della capacità dei ricordi, anche più recenti, di comportarsi esattamente come le ciliegie: uno dietro l'altro e col rischio del verme.
Scrocchiano i denti sui noccioli, annega la lingua nella polpa, si sporcano le labbra di viola e rubino come a bere un vino buono. Sorrido e mi sembra che ci sia ancora il sole, il cielo e la luce azzurra, purissima, di fine maggio, nel sapore dolce della ciliegia.
"Incontrarlo, inciampare nella sua vita, sbandargli addosso è forse la cosa più bella che mi sia capitata" (Plettrude)
(ogni riferimento a fatti e/o persone è puramente casuale, per quanto voluto)
Finisce oggi la mia collaborazione con Setteperuno. E' emblematico che sia iniziata con Jeff Buckley, re indiscusso delle mie passioni musicali da adolescente, e finisca esattamente il giorno dell'anniversario della sua morte.
O forse è solo un caso.
Come l'essermi svegliata canticchiando "Stay with me under these waves tonight", da Nightmares by the sea, quando ero ancora troppo addormentata per ricordarmi del macabro evento.
Un caso. O il destino.
Con Setteperuno siamo partiti da Jeff Buckley, abbiamo attraversato la maturità con i Pink Floyd, ci siamo fatti squassare dai Nirvana e finalmente siamo atterrati.
Andate a leggere.
Grazie a Setteperuno, grazie a voi che mi leggete ancora.
Tutto quello che dirò oggi non potrà mai essere usato contro di me.
(quando avere sonno vale la pena)
(questa sopra è una frase killer)